C’è un silenzio che non è assenza, ma attesa. È il silenzio operoso di Nazareth, quello che si respira varcando la soglia di una Casa Famiglia. Qui, la "Giuseppinità" non è un concetto astratto, ma ha il profumo del caffè al mattino e il rumore dei quaderni aperti sul tavolo della cucina. Abbiamo incontrato Marco e Stefano, due educatori della Cooperativa Paidos di Lucera che da oltre venti anni hanno spalancato le porte della propria vita all’accoglienza.
Stefano, cosa significa "farsi padre" per un figlio che non è tuo?«Significa imparare da San Giuseppe l’arte del passo di lato. Accogliere un bambino che ha subito traumi o abbandoni richiede un "sì" che non cerca il possesso. Giuseppe ha cresciuto Gesù sapendo che quel Figlio apparteneva a un disegno più grande. Noi facciamo lo stesso: offriamo radici perché loro possano avere le ali, sapendo che siamo custodi pro tempore di un tesoro immenso e fragile».
Marco, come la vivete la ‘Giuseppinità’ nel quotidiano?«Giuseppe è l’uomo della concretezza. In una Casa Famiglia la spiritualità passa per le scarpe nuove da comprare, per le lacrime da asciugare dopo un brutto voto o una visita mancata dei genitori biologici. La nostra "Giuseppinità" è l’accoglienza dell’imprevisto. Come lui si è fidato del sogno, noi ci fidiamo del potenziale di questi ragazzi, anche quando il mondo li ha già etichettati come "difficili"».
Spesso si parla di volontariato come sacrificio. È così?«Più che sacrificio, lo chiamerei investimento affettivo», interviene Marco. «Certo, ci sono notti insonni e fatiche burocratiche. Ma quando un ragazzo che non parlava torna a sorridere, capisci che la paternità è un dono che ricevi mentre lo dai. Giuseppe non ha lasciato parole scritte, ma atti d'amore. Noi cerchiamo di scrivere la nostra omelia con i fatti».
Un messaggio per chi ha paura di aprirsi all’accoglienza?«Giuseppe ha avuto paura, ma non si è fermato», conclude Stefano. «L’accoglienza non richiede eroi, ma persone disposte a essere "casa". Non serve essere perfetti; serve essere presenti. Il volontariato, l’affido o l’essere educatori sono modi per dire: "Non sei solo, ci sono io". È il miracolo della famiglia che si allarga oltre il sangue».
L'esempio di Marco e Stefano ci ricorda che la ‘Giuseppinità’ è una vocazione attuale: trasformare la propria vita in un porto sicuro, dove ogni naufrago può riscoprirsi figlio.
Stefano Di Sabato
marzo aprile 2026 Vita Giuseppina